« giugno 2007 | Principale | settembre 2007 »

16 luglio 2007

al volo

C'erano: un meccanismo elettrico, un grosso interruttore di plastica e fili che correvano nascosti nel muro fino alla campana. La campana trillava rotonda, non suonava lenti rintocchi come quella, tanto più grande, del campanile; e quando trillava due volte, - era l'ora in cui gli occhi iniziano ad alzarsi dai libri e a vagare cercando spiragli nelle alte finestre, l'ora in cui il languore morde gli stomaci anticipando il piacere di affondare i denti nel pane di ieri -, allora ci alzavamo ordinati dai banchi, ordinati in fila camminavamo fino alla porta e poi correvamo le scale giù, fino al cortile, alcuni di noi gridando: per venti minuti, ci riempivamo i polmoni di aria e di svaghi e risate.
Il cortile ce l'eravamo spartito a suon di occhiate e spintoni; noi bambine ci eravamo prese il centro, per saltare la corda e giocare a campana: dico noi, ma io non giocavo, anche se oggi non saprei spiegare perché, mi viene in mente, avevo il grembiule sbagliato, le scarpe sbagliate, il sorriso sbagliato, sbagliate le parole che rimbalzavano troppo a lungo sulla lingua prima di uscire inciampando, l'eco della prima sillaba troppo a lungo protratto. I maschi si erano tenuti il confine a nord, i sassi e il muschio e le liane del glicine della casa vicina.
Poi c'era lei.
Io pensavo che fosse bella. L'ho pensato dal primo momento, quando è entrata in classe e la maestra ce l'ha presentata; le lezioni erano già iniziate da tempo, quel giorno eravamo tutti seduti a tormentarci le unghie, le dita sporche d'inchiostro a seguire il dettato. La porta si è spalancata con un cigolio e un colpo secco di sparo, siamo scattati in piedi allontanando le sedie dai banchi e l'ho vista; non subito, non voleva entrare o farsi vedere, la si intuiva nel corridoio mentre l'ombra la anticipava entrando nell'aula, il direttore la esortava a presentarsi e qualcuno la spingeva alle spalle.
Lei è rimasta immobile sulla soglia, nonostante tutto. Si guardava le punte dei piedi che, a loro volta, si guardavano l'una con l'altra, si dondolava sul tallone, uno solo, in un movimento impercettibile che ho notato solo perché non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso. Non so perché, ma è andata così, ed è una fortuna: nessuno racconterebbe questa storia, altrimenti.
Appena ha alzato lo sguardo ho sorriso, volevo essere la prima a salutarla: lei ha quasi ricambiato, a labbra strette, così strette che erano un filo che le attraversava la faccia.
Era molto alta e spigolosa nel viso e nelle spalle e nelle braccia, in testa un cespuglio di riccioli neri. Anche lei era tutta sbagliata, indietro di un anno per via di una malattia che le aveva lasciato una gamba morta che trascinava molle e strisciante, come se fosse stata di pezza. Subito ho sentito che volevo esserle amica, ho capito che mai avrebbe finito impaziente le mie frasi: avevamo in comune questa lentezza di azione e parola, iniziai da quel giorno a sedermi accanto a lei, in silenzio; solo le carezzavo piano i capelli quando era triste, la ascoltavo cantare con gli occhi socchiusi e mi univo al suo canto, le parole imbrigliate dal ritmo si sgranavano senza stentare.
In cortile, lei sedeva sull'orlo del muro a secco mangiando una mela a piccoli morsi; con le mani bagnate di succo sfogliava sempre lo stesso libro tenuto insieme dalla carta da pacco.
Le altre bambine avevano scelto semplicemente di non guardarla: lei aveva provato ad avvicinarsi un paio di volte, ma loro le avevano voltata la schiena, come se non l'avessero vista, avevano continuato a saltare al ritmo di filastrocche e scioglilingua.
Alcuni bambini avevano tentando di tormentarla imitando il suo passo, come già avevano fatto con la mia voce interrotta; lei era rimasta a guardarli senza mostrare né rabbia né pena, finché non avevano smesso.
Un giorno mi accorsi del volo di piccoli uccelli intorno alla testa di lei, nel becco piume e paglia e rami flessibili e verdi. Spostavano un poco i suoi ricci, le inghirlandavano il capo coi loro tesori.
Ogni giorno, lei portava loro qualcosa di nuovo: un po' di cotone, rafia, alcune pietre lucide e colorate, pane biscotto da sbriciolare, i fili di rame dei pomodori.
Io le sedevo vicina e aspettavo l'estate che le avrebbe scoperto le gambe, desideravo sfiorare il suo arto malato con una carezza, lei di rimando mi avrebbe lambito la gola, saremmo entrambe guarite: guardava il cielo aspettando, sapeva che, per l'estate, sarebbe stata altrove, felice.
Io avevo una piuma di ghiandaia molto azzurra, l'avevo trovata un'estate, in vacanza, durante una passeggiata. L'avevo mostrata ai miei fratelli e a un paio di amici, dei loro, poi l'avevo nascosta in un cassetto, era piccola ma molto preziosa; gliela regalai, lei se la mise sulla mano aperta e la offrì ai piccoli uccelli che gliela annodarono sopra alla fronte, come un diadema.
All'inizio della primavera aveva un nido in testa.
In classe, sedeva nel banco davanti al mio e io, in controluce, cercavo il segreto del nido, dei gusci molli pronti a schiudersi in un pigolio.
Aveva preso a camminare con la schiena molto dritta, lo sguardo fermo, come una donna già grande che si rechi a una festa; procedeva solenne, io le arrancavo alle spalle quasi sapendo che entrambe ci trovavamo sull'orlo di un cambiamento che non conoscevo.
Era il primo giorno di maggio quando le uova si aprirono scrocchiando: uccelli ancora più piccoli tesero il collo e si guardarono intorno con gli occhi ciechi, aprirono il becco così sottile da svelare l'intrico di vene in trasparenza e piansero muti. La aiutavo a nutrirli impastando insetti e molliche di pane tra le dita, per poi lasciarli cadere nel loro pianto; giravo intorno a lei come un satellite tesa e inarcata per l'emozione della vicinanza che mi correva lungo la schiena. Crescevano molto più in fretta di noi, temevo che, nel momento in cui avrebbero spiccato il volo, l'avrebbero portata con loro, lasciandomi sola di nuovo. Avevo ragione.
Me ne stavo in piedi sul balcone, una sera, guardavo il tramonto: tesi la mano e, da chissà dove, dondolando cadde la mia piuma azzurra, che presi al volo.

09 luglio 2007

capogiro

:ǝuıƃıʇɹǝʌ ɐun ǝɯoɔ ǝsloɔ ol osıʌʌoɹdɯı,llɐ

la stanza oscillò e percepì forte la nausea corrergli nel petto, su, fino alla gola, poi nel naso, come se il respiro avesse preso la strada sbagliata e l'avesse presa correndo.
Si stava annodando la cravatta; ne lasciò cadere i capi che restarono appesi alle sue spalle come una stola, chiuse gli occhi e si poggiò le mani sulla sommità del capo, quasi avesse ricevuto una brutta notizia.
Dietro le palpebre, nell'assenza di luce, la stanza continuava a girare e girare.
Nella camera accanto, la moglie era scesa dal letto col piede sbagliato. Sentì molto caldo, di un calore che le fece vampare il rossore sul viso e sul petto, slacciò i bottoni della camicia da notte strappandoli dalle loro asole per poi farsi aria con la mano a ventaglio. Si sdraiò di nuovo per scendere col piede giusto e annullare la sfortuna che sentiva alle spalle, densa e vicina come l'ombra del mezzogiorno.
Qualcosa di terribile deve essere accaduto, sta per accadere oppure accadrà, si disse, pensò che non poteva sbagliarsi, se lo sentiva nella pancia come un'indigestione, forse un incidente in Giappone o in Nuova Zelanda, ne avrebbe letto in un trafiletto del quotidiano locale e avrebbe saputo e riconosciuto il suo ruolo nel grande disegno, quel piccolo errore di coordinazione commesso con gli occhi ancora gonfi di sonno, la bocca impastata.
L'uomo tentò di sedersi per non cadere, ma la sedia sembrava animata, forse da quella stessa forza che gli faceva girare la testa; come se, le quattro gambe di legno, bombate, fossero zampe di un animale – un leone, pensò, per via di quei riccioli come di unghie; si rammentò di aver letto su una rivista che, in caso di capogiro, era meglio sdraiarsi, sollevare le ginocchia per agevolare il deflusso del sangue, era molto caldo e poteva trattarsi di bassa pressione o forse di un calo di zuccheri o forse chissà, ma quando cercò di abbandonarsi sul letto disfatto si ritrovò a terra, le palme contro il pavimento di marmo.
La moglie, nella stanza accanto, stava tentando di lavarsi di dosso i presentimenti con acqua fredda e sapone; affondò le mani nella bacinella e le guardò tremolare sotto la superficie trasparente, le linee dei palmi sembravano riunirsi, divaricarsi e aggrovigliarsi ricordandole il passato, mostrandole presente e futuro.
Si bagnò il viso con piccoli spruzzi da gatto, tendendo le orecchie a ogni suono che avrebbe potuto preannunciare l'imminente tragedia; lo stridore dei freni del tram nella strada, il cigolio delle tubature, il tonfo nella camera di suo marito.
- Tutto bene?
Gridò, la voce grave e acuta e grave e acuta, le corde vocali oscillandole in gola come un'altalena.
L'uomo riuscì ad alzarsi solo aggrappandosi con forza alla tenda. Notò che la vertigine era, alla fine, passata; volle massaggiarsi le tempie, ma trovò sotto le dita due riccioli ispidi, e ancora ricci dove avrebbe dovuto esser la bocca. Si cercò il naso e non trovò nient'altro che capelli e, sotto, la linea della nuca.
Abbassò lo sguardo e lo sguardo rimbalzò sulle scapole per cadere nel vuoto della sua schiena cifotica, incontrò i tacchi e i talloni nelle scarpe nuove di cuoio.
Guardò l'orologio stretto sul polso, forzandosi di lanciare il braccio all'indietro, il gomito flesso all'insù, all'indentro, sarebbe arrivato al lavoro in ritardo, se pure fosse riuscito a recarsi in ufficio in quelle condizioni, la testa al contrario, se pure si fosse vestito al contrario non sarebbe riuscito a ingannare gli sguardi dei suoi colleghi circa la natura di quella sua neonata deformazione, l'avrebbero tradito i piedi, ostinati nel mantenere la posizione e la direzione di un corpo normale.
Non ricevendo risposta, la moglie dell'uomo picchiò le nocche sulla sua porta, è permesso? Sentendo attraverso l'imposta il respiro forte di lui.
Entrò senza guardare, ascoltava: un bambino gridare nella casa di fronte, lo scroscio e il risucchio dello sciacquone dei vicini, una palla che rimbalzava in cortile, un rombo sordo da qualche parte, nel cielo.
Il marito era seduto nell'ombra, le mani ventose sulla testa rovesciata all'indietro.
La moglie udì: molti clacson, un allarme, il suono di vetri infranti e, ne era sicura, il sospiro di un moribondo.
- Senti? - Chiese al marito, - sta succedendo qualcosa, ne sono sicura, sta succedendo qualcosa da qualche parte, in un qualche momento, - ma il marito non rispondeva, lei riuscì anche a distinguere le voci accavallate di due litiganti, una radio lontana e il ronzare di una zanzara.
Il marito si alzò piegando le braccia come zampe lunghe di ragno, la giacca gli cascava sul petto o forse sulla schiena, sembrava molto ingrassato o dimagrito, gli abiti troppo vuoti o troppo pieni, come se fossero stati indossati da un corpo sbagliato prima di lui.
Mosse qualche passo incerto al centro della stanza, in avanti e poi indietro: la fronte pesante lo sbilanciava, si impose di imparare un nuovo equilibrio per poter camminare senza cadere, senza pensare di stare sul punto di dimezzarsi, riusciva quasi a sentire un solco profondo tra il resto e la mente.
La moglie prestava attenzione alla strada e al muro portante, gli occhi socchiusi per immaginare la catena di eventi che poteva innescarsi a partire da una circostanza, per esempio; il figlio di quelli del piano di sopra avrebbe potuto mangiare un panino al prosciutto, buttare le briciole giù dal balcone, attirando così passerotti e piccioni che, becchettando e sbattendo le ali, avrebbero fatto cadere un vaso di fiori rossi, probabilmente gerani, sulla testa di un malcapitato passante.
L'uomo si sfilò la camicia per infilarla al contrario, la abbottonò con lentezza, soffermandosi su  ogni spina della colonna; rinunciò a indossare i pantaloni anch'essi al contrario, non gli riusciva di piegare i suoi arti alla sua volontà e a quella, opposta o contraria, dei pantaloni stessi, restò in mutande davanti allo specchio o meglio, dando allo specchio le spalle, spalle abbassate dalla constatazione del suo fallimento.
La moglie, con gli occhi socchiusi, immaginò che una goccia d'acqua avrebbe potuto, nel tempo, scavare un buco nell'umidità delle scale, così che un giorno, qualcuno, salendo a portare il giornale o forse a trovare un parente, sarebbe potuto cadere non prestando abbastanza attenzione, salendo le scale di corsa, affidandosi all'automatismo.
L'uomo di nuovo si prese con le mani la testa, così come si era girata una volta avrebbe potuto ancora girarsi, se mai avesse spinto con forza, la moglie pensò che il sangue dei morti, il morto per strada e quello nel ballatoio, l'avrebbero potuta far scivolare se, per errore, l'avesse calpestato col piede sbagliato.

06 luglio 2007

tutti gli uomini della mia vita

Stasera devo uccidere tutti gli uomini della mia vita: stringere mani di carta intorno alla carta del loro collo, sottile, taurino, ossuto, ruvido, corto, bianco, lungo, di cigno o di rospo, lo strangolamento è un atto di amore e di intimità, avvicina la vittima e l'assassino in un ultimo bacio, occhi negli occhi che premono per uscire dall'orbita, io, dalla vostra orbita devo sfuggire, non posso se non rubandovi ogni respiro.

Tu: ti incontrerò di nuovo a quel bivio, ho scelto la strada più lunga e più trafficata dopo essermi accorta che mi seguivi, io, io ero vestita di giallo, era estate, stringevo il manubrio della bicicletta su per la salita, tu, la strada più breve, mi hai stretto le spalle e mi hai chiesto, come ti chiami, io avevo già scordato il mio nome, mi hai chiesto i miei anni, tanti quante le banconote blu che mi hai messo nel pugno forzando le dita, le mie, strette, le unghie infilate nei palmi, sai fare una sega? Sai che vuol dire?
E io ho scosso la testa veloce, veloce, per non vederti abbassare i calzoni, ero vestita di giallo, ho cambiato colore da quella sera, ma ti piaceva, no, non mi piace, nel bivio ti lascerò con i calzoni abbassati e le ginocchia scoperte, ti lascerò nella fossa comune di tutti quelli che mi hanno spogliata offrendomi amore o denaro, di tutti quelli che mi hanno violata dicendomi brava.

Tu mi hai incontrata in un ospedale, mi hai riempita di fili e di tubi e non ti è bastato il potere col quale potevi decidere del mio battito e del mio respiro; hai voluto un altro potere, l'hai voluto finché non l'hai avuto, e premendo le tue labbra sottili e bagnate contro le mie mi hai detto, scopiamo.
Quando mi sono negata hai pensato che stessi giocando, hai continuato a chiamarmi bambina pur volendomi donna e per provarmi di essere forte, più forte di me, hai cercato di ricordarmi la persona che ero, il mio ruolo, nessuno mi avrebbe creduta e avevi ragione, mia madre ha continuato ad accendere ceri al tuo altare.
Tu, senza chiedere scusa a me né alle altre, giacerai con tutti quelli che hanno abusato della mia malriposta fiducia per forzarmi alla cosa sbagliata, il tuo collo di carta non vorrà spezzarsi ma questa volta io decido l'inizio e la fine; ti uccido con un punto e a capo.

Tu: ti incontro spesso, e se dovessi scegliere un luogo per questo mio rituale, un luogo nel quale aleggi il ricordo di ciò che mi hai fatto, non lo troverei o sarebbe ogni strada per la quale tu sia passato incrociando la mia.
Tu, ogni volta che ci troviamo, seduti in un bar oppure in fila alla posta, mi ricordi che sono solo una donna, neanche, pezzi di donna che inquadri e che gridi, pezzi di donna incartati e imbrigliati dal tuo sguardo ottuso per essere offerti allo sguardo di altri o alle loro mani, al loro cazzo per rendermi madre,  alle loro dita le mie dita da inanellare.
Qualsiasi risposta mi rende una troia, da troia ti uccido, di notte, premendoti il tacco nella giugulare.

Tu che ti sei finto amico, tu che quando ti parlo mai non mi ascolti, mi guardi senza vedermi, tu che mi hai detto, stai zitta, in fondo ti piace, tu che hai creduto di poter scegliere al posto mio e tu che hai pensato i pensieri che - a tuo parere - avrei dovuto pensare; tu che dici, te la sei andata a cercare e se anche non fosse te la sei meritata, tu che hai reso sacra la verginità e mi pretendi vestita di bianco; tu che mi hai schiaffeggiata, tu che mi hai fatto sentire e imparare il sapore del mio stesso sangue; tu che mi hai detto, non puoi, sei una donna, tutti, voi tutti, tutti gli uomini della mia vita.

04 luglio 2007

al dito

Si era svegliato dopo un lungo sogno che ancora ricordava a frammenti: un viaggio attraverso la Russia, pagine di giornale che si sbriciolavano come foglie secche, molte persone con la faccia nera o sfocata e bottiglie di vetro soffiato, in vari colori.
Si era svegliato e aveva sentito il peso del corpo sprofondato nel materasso, aveva pensato, poiché era saggio, il materasso è una bocca che mi risucchia in abissi di ignavia; aveva cercato di muoversi, un'articolazione alla volta, fasciato com'era nelle lenzuola umide di sudore.
Sentiva molto caldo come se, tornato alla vita dopo la piccola morte notturna, il suo sangue avesse ricominciato a circolare in flussi veloci, baciando il risveglio di ogni dito del piede, della gamba, poi su, fino al cuore; pensava agli intrichi rossi e viola di vene e di arterie e alle loro volute e circonvoluzioni, alle diramazioni capillari sottili come le ciglia verdi delle carote.
Si era svegliato dopo un lungo sonno e aveva, piano, alzato la mano per proteggersi dalla ferita di uno sbadiglio – quando era bambino sua madre gli aveva detto, potrebbe entrarti in gola una mosca e poi parleresti per sempre con la sua voce acuta e ronzante, come lo zio seduto nel patio col foulard di seta sul collo a strizzare l'eccesso di pelle vuota e macchiata, ora non ci credeva più ma comunque eseguiva obbediente il gesto così come evitava di incrociare gli occhi o di mettersi le dita nel naso, per quanto, a volte, sfiorando col mignolo il bordo polposo della narice indulgesse all'attrazione della cavità nera da riempire con la sua stessa carne, ma questo suo piccolo vizio non è rilevante, in questa storia, ci serve solo a capire quanto l'uomo fosse bene educato.
Aveva sentito qualcosa intorno all'indice e, aperti gli occhi, aveva visto un nodo e un filo che scappava dalla finestra, scendeva nella piazza che, pure lei, si stava svegliando.
Si era alzato e, spiando da dietro le imposte, aveva seguito la fuga del filo, che finiva nell'appartamento di fronte; sul filo, una ballerina minuta vestita di bianco, e sotto, la piazza, col naso per aria a guardare.
La ballerina camminava sul filo in punta di piedi, facendo roteare un ombrello appoggiato nell'incavo tra il collo e la spalla. La piazza mormorava all'unisono come una banda di percussioni, vibrante in crescendo come diretta dai movimenti del filo, spegnendosi in un applauso come di nacchere alla fine di ogni esercizio.
Quando qualcuno, per sbaglio, pestava il piede del suo vicino, questi non si arrabbiava, in due cenni offeso e offensore diventavano amici e si abbracciavano sempre col naso per aria, senza studiarsi neanche una volta; i bambini avevano ciascuno un palloncino, non si incapricciavano neanche quando passava la bicicletta del gelataio che, per altro, l'aveva appoggiata al muro e si era unito alla folla.
Le donne tacevano, erano uscite di casa così, la rete in testa e i bigodini e la camicia da notte, per vedere l'equilibrista camminare sul filo.
L'uomo col filo legato al dito non sapeva che fare, se ne stava fermo come una statua col dito puntato come a indicare – quando era bambino sua madre gli aveva detto, non devi puntarlo sulle altre persone per strada, il dito è una pistola, e stendendo l'indice e alzando il pollice gliel'aveva mostrato, con un colpo secco del polso aveva sparato e poi aveva detto, da qualche parte è morto qualcuno, e aveva ragione, la sera aveva visto passare il corteo di un funerale, erano tutti vestiti di nero, persino i fazzoletti nei quali soffiavano il naso, ora non ci credeva più ma comunque, per abitudine, teneva in tasca le mani quando passeggiava, salutava sempre per primo e toglieva il cappello quando entrava in un qualche edificio, senza mai appoggiarlo sul letto.
La ballerina, intanto, eseguiva acrobazie delle più pericolose; si molleggiava sul filo e saltava e ruotava come l'achenio di un soffione o la brattea fogliacea del tiglio: infine atterrava, sempre sul filo, con i piccoli piedi un poco divaricati, la piazza vociava e lanciava monete per aria, i bottegai avevano abbandonato il lavoro e, lasciate aperte le porte, si mescolavano in mezzo alla gente.
L'uomo col filo legato al dito avrebbe voluto applaudire anche lui, ma sapeva che se avesse battuto la mano con l'altra il filo avrebbe ondeggiato compromettendo l'esibizione della ballerina; col petto in fuori, poiché sapeva di essere stato scelto in virtù della sua responsabilità, osservava il nodo e immaginava le mani della ballerina, come le zampe di una formica.
Il filo era annodato con cura, senza stringere troppo – sua madre, quando era bambino, gli aveva spiegato che un nodo troppo stretto poteva fermare la circolazione, poteva causare la caduta del dito; la ballerina doveva sapere le cose giuste e quelle sbagliate, doveva essersi arrampicata sui ricci di ferro battuto del letto e, con molta attenzione, dopo averlo guardato dormire, aveva legato il filo tirandone i capi coi denti.
La ballerina ora faceva le capriole e, in aria, faceva girare piatti di porcellana cinese come se il drago blu si stesse mordendo la coda; ogni tanto faceva un inchino piegando la sua schiena di uccello, le mani pure come uccelli in volo disegnavano il vento: la folla, la piazza, col fiato sospeso, beveva ogni suo movimento.
Con un battito di ciglia, la ballerina scomparve. I bambini piansero, i bottegai corsero verso i negozi gridando, al ladro, le donne si nascosero in casa stringendosi nelle loro vestaglie; l'uomo col filo legato al dito vide il nodo sull'indice e pensò di essersi dimenticato di ricordare qualcosa, forse un torto subito o un anniversario o un appuntamento.

02 luglio 2007

grande cuisine

Il nonno non aveva studiato, ma sapeva cucinare in molte lingue diverse.
Quando si avvicinava ai fornelli, dovevamo sederci ordinati in fondo alla stanza per non disturbare, non parlare né respirare né muoverci per dargli una libertà che neanche sapevamo esistesse: la libertà di grandi navi e mari aperti, che mai avremmo conosciuto attraverso i suoi racconti - solo mia madre aveva accennato così, di sfuggita, al fatto che il nonno aveva molto viaggiato, aveva imparato tutto ciò che sapeva mantecando risotti e arricciando tocchi di farina e patate bollite in equilibrio su quelle gambe lunghe e possenti mentre le onde rollavano sotto lo scafo panciuto di bastimenti carichi carichi di – nessuno sapeva con precisione in quali porti si fosse fermato né come e perché avesse deciso di imparare il mestiere così, prima di tornare a casa e sposarsi e non parlarne più con nessuno.
Noi, che restavamo a bocca aperta quando, qualche domenica, scendevamo a passeggiare sul lago, tendevamo le braccia per misurare la distanza dell'altra sponda, così lontana da essere in un'altra provincia, in un'altra regione, abitata da persone che parlavano un altro dialetto e avevano figli che forse, anche loro, tendevano braccia che non riuscivamo a sfiorare; noi potevamo solo guardare, ci accosciavamo stretti uno vicino all'altra, le schiene al muro, pronti a bere ogni gesto, ogni parola, per poi ripeterli in gioco più tardi, in cortile, fingendo di andare in America a trovare lo zio senza nome che ci avrebbe riempito le tasche di candies: con i pugni stretti a reggere il mento lo guardavamo, lui, così alto, per poi misurarci vicino alla porta, vedere quanto eravamo cresciuti, sapendo che, anche se fossimo stati più grandi, mai avremmo potuto partecipare al suo rito, allontanava la figlia e la moglie a colpi di sguardi e agitando il cucchiaio di legno, mai avremmo potuto sfogliare il quaderno ingiallito che apriva per sola abitudine, dosi e ingredienti fissate in una memoria che non stava dietro agli occhiali calcati sul naso ma nelle sue azioni, taglia, sminuzza, mescola, non assaggiare, lui non assaggia mai, siede a capotavola, il piatto fumante davanti, e alza la forchetta o il cucchiaio come un direttore d'orchestra.
Il mare è grande così? Avevo chiesto, l'indice verso le isole e il lago, mia madre aveva risposto, è molto più grande, così grande che non se ne vede la fine, ce l'aveva mostrato in un giorno di nebbia, per finta: eccolo, il mare, aveva mischiato l'acqua col  sale per farcene sentire il sapore, una pentola immensa pronta per gettarci la pasta.
Quando entrava in cucina, il nonno, si infilava dalla testa il grembiule a pettorina, bianco, lo stringeva intorno alla vita che solo in due potevamo abbracciare; si lavava le mani con il savon de marseille e, con lo strofinaccio pulito appoggiato sulla spalla che fosse, diceva, sempre a portata di mano, iniziava a danzare.
Pommes de terre, mormorava, e dalla credenza prendeva il sacco di juta delle patate, le poggiava una a una sul tagliere di ulivo e ne sfogliava la pelle con pochi gesti precisi e leggeri, senza intaccarne la pasta chiara, le bucce arricciate così sottili che ci potevi vedere attraverso; è una questione di polso, diceva, per me era anche questione di mani, grandi abbastanza per reggere il tubero senza farlo cadere, grandi abbastanza per poter maneggiare il coltello che, a noi, era vietato, è pericoloso, diceva la mamma, grandi abbastanza da appartenere a un corpo grande abbastanza da potersi imbarcare e salpare e tornare con nuove parole, le stesse che brulicavano nere sulle pagine di quel giornale che, vecchio di giorni, a volte arrivava come un messaggio in bottiglia, parole di erre arrotate e accenti e pendii scivolosi, parole che erano state di re e di regine, oppure ancora parole di consonanti aspirate, il fiato caldo di lingua oppure freddo di gola.
Farine, un œf et huile d'olive, e con la punta delle dita impastava la palla bollente ed elastica con le sopracciglia aggrottate, senza fatica, la arrotolava in cilindri che noi chiamavamo serpenti e, a quel punto, sapevamo di doverci mettere in fila davanti al lavabo, era giunto il momento in cui avremmo potuto aiutare anche noi, in segreto, le donne ignare a ricamare nell'ombra della vite, americana come lo zio, ed arrivare per primi alla tavola per lavorare con il rigagnocchi, anziché con la forchetta.
Ci spingevamo i gomiti dentro alle costole l'uno con l'altro per potergli stare vicino, lui si portava il dito alla bocca ridendo come per dire, silenzio, e tagliava il serpente, ci mostrava come arricciare gli gnocchi in modo che trattenessero il burro e la salvia o il sugo di carne, col pollice schiacciato dentro alla pasta che ci infilavamo in bocca a manciate, fino ad averne male alla pancia, che buoni gli gnocchi, che buoni, e alla fine riempiva la pentola d'acqua e la metteva sul fuoco, prendeva due pugni di sale e noi, spalancati gli occhi, quando l'acqua iniziava a bollire sentivamo odore di mare.

lèg|go

c|c

Blog powered by TypePad