al volo
C'erano: un meccanismo elettrico, un grosso interruttore di plastica e fili che correvano nascosti nel muro fino alla campana. La campana trillava rotonda, non suonava lenti rintocchi come quella, tanto più grande, del campanile; e quando trillava due volte, - era l'ora in cui gli occhi iniziano ad alzarsi dai libri e a vagare cercando spiragli nelle alte finestre, l'ora in cui il languore morde gli stomaci anticipando il piacere di affondare i denti nel pane di ieri -, allora ci alzavamo ordinati dai banchi, ordinati in fila camminavamo fino alla porta e poi correvamo le scale giù, fino al cortile, alcuni di noi gridando: per venti minuti, ci riempivamo i polmoni di aria e di svaghi e risate.
Il cortile ce l'eravamo spartito a suon di occhiate e spintoni; noi bambine ci eravamo prese il centro, per saltare la corda e giocare a campana: dico noi, ma io non giocavo, anche se oggi non saprei spiegare perché, mi viene in mente, avevo il grembiule sbagliato, le scarpe sbagliate, il sorriso sbagliato, sbagliate le parole che rimbalzavano troppo a lungo sulla lingua prima di uscire inciampando, l'eco della prima sillaba troppo a lungo protratto. I maschi si erano tenuti il confine a nord, i sassi e il muschio e le liane del glicine della casa vicina.
Poi c'era lei.
Io pensavo che fosse bella. L'ho pensato dal primo momento, quando è entrata in classe e la maestra ce l'ha presentata; le lezioni erano già iniziate da tempo, quel giorno eravamo tutti seduti a tormentarci le unghie, le dita sporche d'inchiostro a seguire il dettato. La porta si è spalancata con un cigolio e un colpo secco di sparo, siamo scattati in piedi allontanando le sedie dai banchi e l'ho vista; non subito, non voleva entrare o farsi vedere, la si intuiva nel corridoio mentre l'ombra la anticipava entrando nell'aula, il direttore la esortava a presentarsi e qualcuno la spingeva alle spalle.
Lei è rimasta immobile sulla soglia, nonostante tutto. Si guardava le punte dei piedi che, a loro volta, si guardavano l'una con l'altra, si dondolava sul tallone, uno solo, in un movimento impercettibile che ho notato solo perché non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso. Non so perché, ma è andata così, ed è una fortuna: nessuno racconterebbe questa storia, altrimenti.
Appena ha alzato lo sguardo ho sorriso, volevo essere la prima a salutarla: lei ha quasi ricambiato, a labbra strette, così strette che erano un filo che le attraversava la faccia.
Era molto alta e spigolosa nel viso e nelle spalle e nelle braccia, in testa un cespuglio di riccioli neri. Anche lei era tutta sbagliata, indietro di un anno per via di una malattia che le aveva lasciato una gamba morta che trascinava molle e strisciante, come se fosse stata di pezza. Subito ho sentito che volevo esserle amica, ho capito che mai avrebbe finito impaziente le mie frasi: avevamo in comune questa lentezza di azione e parola, iniziai da quel giorno a sedermi accanto a lei, in silenzio; solo le carezzavo piano i capelli quando era triste, la ascoltavo cantare con gli occhi socchiusi e mi univo al suo canto, le parole imbrigliate dal ritmo si sgranavano senza stentare.
In cortile, lei sedeva sull'orlo del muro a secco mangiando una mela a piccoli morsi; con le mani bagnate di succo sfogliava sempre lo stesso libro tenuto insieme dalla carta da pacco.
Le altre bambine avevano scelto semplicemente di non guardarla: lei aveva provato ad avvicinarsi un paio di volte, ma loro le avevano voltata la schiena, come se non l'avessero vista, avevano continuato a saltare al ritmo di filastrocche e scioglilingua.
Alcuni bambini avevano tentando di tormentarla imitando il suo passo, come già avevano fatto con la mia voce interrotta; lei era rimasta a guardarli senza mostrare né rabbia né pena, finché non avevano smesso.
Un giorno mi accorsi del volo di piccoli uccelli intorno alla testa di lei, nel becco piume e paglia e rami flessibili e verdi. Spostavano un poco i suoi ricci, le inghirlandavano il capo coi loro tesori.
Ogni giorno, lei portava loro qualcosa di nuovo: un po' di cotone, rafia, alcune pietre lucide e colorate, pane biscotto da sbriciolare, i fili di rame dei pomodori.
Io le sedevo vicina e aspettavo l'estate che le avrebbe scoperto le gambe, desideravo sfiorare il suo arto malato con una carezza, lei di rimando mi avrebbe lambito la gola, saremmo entrambe guarite: guardava il cielo aspettando, sapeva che, per l'estate, sarebbe stata altrove, felice.
Io avevo una piuma di ghiandaia molto azzurra, l'avevo trovata un'estate, in vacanza, durante una passeggiata. L'avevo mostrata ai miei fratelli e a un paio di amici, dei loro, poi l'avevo nascosta in un cassetto, era piccola ma molto preziosa; gliela regalai, lei se la mise sulla mano aperta e la offrì ai piccoli uccelli che gliela annodarono sopra alla fronte, come un diadema.
All'inizio della primavera aveva un nido in testa.
In classe, sedeva nel banco davanti al mio e io, in controluce, cercavo il segreto del nido, dei gusci molli pronti a schiudersi in un pigolio.
Aveva preso a camminare con la schiena molto dritta, lo sguardo fermo, come una donna già grande che si rechi a una festa; procedeva solenne, io le arrancavo alle spalle quasi sapendo che entrambe ci trovavamo sull'orlo di un cambiamento che non conoscevo.
Era il primo giorno di maggio quando le uova si aprirono scrocchiando: uccelli ancora più piccoli tesero il collo e si guardarono intorno con gli occhi ciechi, aprirono il becco così sottile da svelare l'intrico di vene in trasparenza e piansero muti. La aiutavo a nutrirli impastando insetti e molliche di pane tra le dita, per poi lasciarli cadere nel loro pianto; giravo intorno a lei come un satellite tesa e inarcata per l'emozione della vicinanza che mi correva lungo la schiena. Crescevano molto più in fretta di noi, temevo che, nel momento in cui avrebbero spiccato il volo, l'avrebbero portata con loro, lasciandomi sola di nuovo. Avevo ragione.
Me ne stavo in piedi sul balcone, una sera, guardavo il tramonto: tesi la mano e, da chissà dove, dondolando cadde la mia piuma azzurra, che presi al volo.

