29 aprile 2008

sandbox (fino alla prossima onda)

Lui continuava a uscire ogni mattina come aveva fatto sempre ma tornava più tardi o, a volte, non tornava per giorni o per settimane e quando tornava era un'apparizione e aveva un odore diverso, più acre.
Lei lo accompagnava – lui, che era sempre andato ovunque da solo - e diceva, va tutto bene, anche quando nessuno le aveva chiesto: come vanno le cose? Ma era rassicurante sentirla così, dava un significato diverso ai silenzi e, soprattutto, a certe parole che avevo intuito; e poi c'era Ginia che mi faceva compagnia, a volte, si fermava pure a dormire e potevo mangiare quando volevo e potevo guardare i film in seconda serata.
La libertà mi faceva girare la testa, all'inizio: non sapevo come riempire tutti quei vuoti che non conoscevo.
Mi ero poi abituata, come succede con tutte le cose: mi mancavano solo i baci della buonanotte e le scampagnate, le attese ripagate dal click della chiave nella serratura.
Non ero riuscita a salutarlo, quando se ne era andato per l'ultima volta: stavo ancora dormendo. Ho pensato che ci sarebbe stata un'altra occasione e, per un po', ho fatto finta di niente, ho aspettato.
Un giorno che ero più triste degli altri le ho chiesto: ma torna? Ma quando ritorna? E lei mi ha risposto: il giorno del mais. Si è voltata e ha nascosto il viso dietro alle mani come in quel gioco, cucù? Ma non le ha più aperte.
Di nuovo avrei voluto chiederle: quando? Perché non avevo capito: il giorno del mais? Ma aveva già smesso di ascoltare ed era lontana.
Ha detto: ho sete, si è alzata ed è andata in cucina e io l'ho seguita perché non riuscivo a interpretare quella sua strana risposta; sul mio calendario mai avevo visto un giorno così, il giorno del mais.
Ha preso la bottiglia del vino e poi ha aperto la credenza per cercare un bicchiere: era vuota, i bicchieri erano tutti rotti o a lavare.
Mi sono sentita in colpa guardando la pila di piatti e stoviglie nel lavandino; dovrei dare una mano, lei è sempre stanca e ha gli occhi viola e la notte non dorme, sta sul divano con la coperta sulle gambe a guardare le pubblicità dei coltelli e delle pentole e dei materassi, è sempre stanca e non mangia se non qualche oliva, sputando i noccioli nel posacenere a concimare le sigarette.
Ha preso un bicchiere dal lavandino, non l'ha nemmeno sciacquato: ho sete, ha detto di nuovo, l'ha riempito e ha bevuto in un sorso, come se quella sete le stesse bruciando la gola. Ha strizzato gli occhi e la bocca – se non l'avessi assaggiato una volta, quel vino, avrei creduto che fosse aspro come le pesche quando non sono mature ma ne conosco il sapore – era un pomeriggio che ero con Ginia a casa da sola, ci stavamo annoiando e lei mi ha fatto chiudere gli occhi e aprire la bocca per poi infilarci le dita che sapevano di sale e di  amaro ma in fondo era buono, quel gusto, mi ha messo sulla lingua lo zucchero, il pepe, la noce moscata, mi ha detto: indovina? E poi ancora origano e peperoncino: indovina? Latte e succo di frutta e, infine, un po' di quel vino.
Era un miscuglio di miele e di acini gonfi e di qualcosa di adulto che non conoscevo; le ho detto: ancora, ridendo, tendendo la lingua. Me l'ha toccata con la punta della sua lingua che sapeva di niente, sapeva di assenza di ogni sapore. Le ho detto: che schifo, era come succhiare una lumaca, di quelle rosse dell'orto.
Mi sono buttata per terra senza aprire gli occhi e il cuore mi batteva nel collo, nel petto e sotto all'ombelico.

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